Roberto Innocenti
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sulla mia nascita


Da "L'isola delle parole"

Sulla mia nascita non posso dire gran che;  non ero consapevole dell’evento, che ritengo fosse la conseguenza del tradizionale metodo procreativo in uso all’epoca.
Tenderei a escludere ogni ipotesi di avvento miracoloso, oppure connotato da altri segni di originalità. Respingo comunque l’idea, da più parti ventilata, che mi sarei fatto tutto da solo. Il luogo era sicuramente una casa colonica sulle colline di Bagno a Ripoli, ma non saprei dire quale fra le altre con i poderi intorno che declinano, solcati da viottole, fin sulla strada sterrata di Ritortoli.
L’ora della mia venuta non fu mai indicata all’anagrafe, e anche il giorno potrebbe essere approssimativo.
Dipese dal fatto che il ramo contadino della mia famiglia seguiva con molta attenzione le fasi lunari trascurando l’oroscopo. D’altronde all’epoca tutto doveva essere piuttosto approssimativo, infatti, mentre a me fu trasmesso il cognome di mio padre, ai miei due fratelli, nati successivamente a Firenze, città dove io stesso fui deportato in tenera età, fu imposto un “Degli” davanti allo stesso casato, per cui io risultavo figlio unico e loro di nessuno. Non saprei dire se l’errore fu dell’impiegato all’anagrafe o imputabile all’analfabetismo della mia nonna materna.
Il primo evento esterno che mi coinvolse di tanto in tanto lo chiamarono “Seconda guerra mondiale”; uno spettacolo che, per quanto poco indicato, non fu vietato ai minori. Cosicché, appena fui in grado di percepire vaghe sensazioni suscitate da accadimenti esterni, questi si manifestarono con prolungati urli di sirene seguiti da sibili laceranti e boati di esplosioni più o meno lontane.
Poi fu proprio davanti a casa mia che tutti gli eserciti del mondo decisero di sfilare, chi scappando, chi avanzando, ma lasciando tutti lo stesso forte odore di nafta e di cordite. Devo la mia successiva e ripetutamente rabberciata “vita umana” a due fra i più importanti avvenimenti del ventesimo secolo: l’invenzione della penicillina, e la battaglia di Stalingrado. La prima per il sostantivo, la seconda per l’aggettivo.
Quando nacqui io, la Terra girava già da parecchio tempo intorno al Sole. Da allora ha effettuato appena sessanta orbite, eppure mi sento un po’ cambiato, un po’ affaticato, quasi avessi contribuito con un po’ delle mie energie a farla girare.
Pensando a una pallina blu spersa nell’universo, al mio microscopico trovarmici sopra un attimo, e scoprendo di sentirmi “io”, proprio io, perché io, fra miliardi di presenze simili che si sentono altri, mi stupisco; intuisco la vaghezza di ogni cosa, delle parole, e mi situo incerto fra contentezza e sgomento.
La ragione per cui non faccio lo scrittore ma l’illustratore è appunto questa: nelle parole mi ci perdo, nelle figure invece, mi ci trovo.
Dicono che di tutta la nostra vita ricordiamo ben poco: sprazzi di giorni di eventi, di vicende, p,er di più modificate a ogni rivisitazione. Forse ciò che più ci ha stupito, segnato, emozionato, sorpreso, turbato o commosso. I momenti più felici e quelli più tristi. La paura. A quattro anni non avevo ancora ben chiaro che visi avessero i miei genitori o gli altri personaggi collegati alla mia esistenza: penso di aver loro attribuito nel tornare con i ricordi, le facce che solo in seguito avevo focalizzato, però ricordo perfettamente lo spettacolo forte dell’infinitesima parte di quella guerra vista da bambino. In seguito ho cercato ostinatamente di saperne il più possibile, quasi fossi alla ricerca dell’identità di un mio terzo genitore. Ho saputo abbastanza per sentirmi insofferente, offeso, quando da qualcuno viene rivisitata con l’intento di valutare chi fosse più cattivo, o se chi la perse avesse delle qualità ancora da scoprire perché nascoste dai vincitori.
Io provo una immensa gratitudine per tutti i soldati di tutti quegli eserciti super armati, per tutti i resistenti, i partigiani, fino ai combattenti più isolati, disperati, spie incluse, che tutti insieme riuscirono a battere le armate che volevano conquistare, sottomettere o seppellire ogni popolo, ogni traccia di idea, di civiltà e di libertà, sotto una svastica.
Il mio terzo controverso genitore sono tutti quelli che seppero dire NO quando era tanto difficile; il momento più difficile di tutta la storia dell’umanità. Io li ho eletti.
Non ho spiragli per dibattiti su questo argomento.

Roberto Innocenti

Roberto Innocenti ©2014